• Deborah Massimini

ALLA CONQUISTA DI PIAZZA GINO VALLE.

Il quartiere Portello è l’oggetto della riqualificazione architettonica portata avanti negli ultimi anni dal Comune di Milano per dare nuova linfa all’ex area industriale Alfa Romeo. Cuore del piano è piazza Gino Valle, inaugurata nel maggio 2015, descritta in un precedente articolo come “un’immensa vela tra le montagne”.



Chiedendo ai milanesi o ai turisti, ben pochi conosceranno il nome o la posizione di questa piazza. La ragione è la sua non proprio definita funzione e la difficoltà a trovarne una destinazione d’uso definitiva. La piazza si apre davanti alla Fiera Portello di Bellini, ed è racchiusa da tre edifici destinati principalmente a uffici. La pavimentazione è decorata con sovrapposizione alla superficie calpestabile di un disegno a reticolo irregolare che si restringe a imbuto. Nella piazza campeggia un bassorilievo di Emilio Isgrò dedicato a Testori, di cui l’assessore alla Cultura Filippo del Corno parlò, nel giorno dell’inaugurazione, come di «un ulteriore tassello della grande valorizzazione di spazi pubblici e privati di Milano, che stiamo portando avanti con l’inserimento dei lavori dei più grandi protagonisti dell’arte contemporanea». Ma può un’opera d’arte, seppur significativa, valorizzare una piazza ancora in cerca di un’identità precisa?



Un uso imprevisto della piazza

Piazza Gino Valle, nonostante il grande spazio a disposizione, presenta numerosi problemi: le panchine presenti sono rivolte verso la Fiera, la quale non costituisce un grande intrattenimento; la tettoia al centro ha come unica funzione quella di riparare le uscite pedonali del parcheggio sotterraneo. Insomma, il panorama che si presenta è quasi desolato. Eppure l’intento progettuale di Gino Valle, “padre” del progetto, era molto chiaro: da un lato coprire il grande parcheggio sotterraneo sottostante, dall’altro dotare il quartiere Portello di uno spazio pubblico di raccolta, che potesse diventare anche sede di eventi o manifestazioni, come accade a Piazza del Duomo. In questo modo si spiega la scelta degli edifici adibiti a uffici, e la costruzione del bassorilievo di Isgrò, per la valorizzazione dello spazio. Qualcos’altro, però, è nato: a sfruttare la piazza non sono gli abitanti del quartiere che passeggiano, si riposano e fanno shopping, ma gli skater, giovani di ogni età che si allenano a migliorare le proprie capacità. Una colonizzazione avvenuta in modo del tutto spontaneo: piazza Gino Valle è uno spazio enorme, poco frequentato, con una pendenza del 6% e con numerosi sbalzi e gradini; lo scenario perfetto per le evoluzioni sulla tavola a quattro ruote.

Questa spontaneità ha da sempre caratterizzato i professionisti dello skateboard, che, a dispetto di chi crede che sia da praticare in un’area ristretta, hanno sempre scelto da soli i posti in cui provare i propri trick. Infatti, nonostante lo skateboarding sarà inserito ufficialmente nelle Olimpiadi di Tokyo 2021, nelle città è spesso sottovalutato; si tenta di racchiuderlo in spazi delimitati, in parchi creati da persone che non sono skater, e che dunque non ne comprendono le precise esigenze. Piazza Gino Valle, invece, con la sua ampia superficie libera e le diverse barriere architettoniche, si rivela un terreno perfetto per questa disciplina, al punto che ogni giovedì sera viene organizzata, a opera dell’associazione Snowave, la Surskate Night, un evento dedicato a un particolare tipo di skate, il surf skate.

Questo uso ‘particolare’ dello spazio, di cui piazza Gino Valle non è il primo esempio, ci porta a una riflessione sull’architettura e sugli spazi della città: cosa spinge i cittadini a generare nuovi usi per spazi pubblici progettati per altri scopi? Come si possono influenzare i cittadini per generare questi spontanei atti di rivitalizzazione?



Altri esempi di spazi a Milano

La metro di Porta Venezia è l’esempio perfetto di uno spazio pubblico spontaneamente riadattato dai suoi fruitori: in questo caso sia il mezzanino tra piazza Oberdan e Corso Buenos Aires, sia la stazione del passante, sono diventati luoghi per eccellenza di ballo per le crew, le associazioni e le scuole di ballo milanesi. Uno spazio pensato come semplice collegamento tra le uscite della metro diventa aggregatore di etnie, età, stili di ballo differenti, che vanno dall’hip-hop, alla breakdance, all’house; perfetto riassunto della multiculturalità di Milano, la stessa che si trova in altri ‘luoghi simbolo’ come la filovia 90/91. A lungo criticato per “indecenza” dai perbenisti, il mezzanino di Porta Venezia è stato riqualificato dall’allestimento temporaneo di Nike, Dance Studio: sono stati posizionati specchi, pedane e casse per la musica, e sono state organizzate lezioni per appassionati e principianti. Il dancefloor di Porta Venezia potrebbe essere una prima risposta alla domanda che ci siamo posti: i cittadini, in mancanza di spazi privati disponibili, individuano quelli pubblici adatti allo scopo, e li trasformano autonomamente in spazi vivi, vissuti, multiculturali.


Altro esempio, ormai purtroppo ricordato solo da chi viveva a Milano da prima del 2003, è lo Spazio Fiorucci. Il negozio, aperto in piazza San Babila nel 1967, proponeva mode metropolitane ed era il ritrovo preferito dei giovani dell’epoca. Davanti al negozio, nello spazio ora acquistato dai grandi brand internazionali, si esibivano i ballerini di breakdance, con il loro pubblico di ragazzi affascinati da questo mondo. Ma questo mondo ha dovuto soccombere alle critiche e alle proteste di chi non lo comprendeva e lo vedeva solo come delinquenza, al punto che il Comune di Milano ha installato per terra delle borchie di ottone per evitare qualsiasi forma di danza.

Per l’ennesima volta, si toglie la spontaneità e la vivacità a una città fatta che nasce proprio dall’incontro di culture; si dimentica che la città, per essere tale, deve avere spazi vissuti, in cui ogni cittadino può esprimere sé stesso. Il modo per risolvere questo problema è già stato teorizzato da Tom Angotti, professore newyorkese, e si chiama urbanistica partecipata: è la partecipazione dei cittadini alla pianificazione della città. Secondo questo modello l’amministrazione pubblica non deve far discendere le sue decisioni dall’alto, ma condividere le scelte urbanistiche con una comunità allargata, che comprende sia i ‘poteri forti’, sia coloro che abitano e vivono la città ogni giorno. Il Comune di Milano nel 2019 ha lanciato due progetti di riqualificazione seguendo l’idea dell’urbanistica partecipata: basta un’autopresentazione di cento parole per collaborare con Palazzo Marino alla definizione di obiettivi strategici per la riqualificazione di Piazzale Loreto e Bovisa. E seguendo l’esempio di questa visione, anche piazza Gino Vale potrebbe finalmente trovare la sua identità, basata sull’inclusione e sulle idee di chi l’ha scelta come proprio luogo di ritrovo.


Ph credits: immagini degli skater in piazza Gino Valle rispettivamente di Duilio Piaggesi via Corriere della Sera e Daniele Rossi