• Giorgia Argentieri

Dino De Simone, uno sguardo sulla città.

Pittura e Architettura si incontrano nelle opere di Dino De Simone. Architetto di formazione e artista per indole naturale, esprime nelle sue opere l’idea della città del futuro in rapporto alla sua storia.



Perché la città è il perfetto esperimento in cui l’uomo sviluppa ed evolve il suo essere? Dino De Simone si interroga sul concetto di spazialità temporale e di come nella città si manifestino i cambiamenti della società intera. Dino De Simone si forma come architetto all’Università di Napoli e successivamente studia a Venezia, frequentando il corso di composizione architettonica di Aldo Rossi. Contemporaneamente riprende lo studio dell'arte. La metropoli è fonte di ispirazione, le sue opere sono una metamorfosi delle forme architettoniche nel linguaggio più astratto e metafisico della pittura. Hanno origine da una ricerca continua illustrano il processo di passaggio dell'architettura dal tridimensionale al bidimensionale della pittura. Abbiamo intervistato Dino de Simone per comprendere meglio questo processo di sintesi delle arti.


Quando ha iniziato a percepirsi come artista, dopo la sua formazione da architetto?

La mia visione artistica del reale era già in nuce nell’infanzia con i primi disegni. Dopo il liceo artistico, alla facoltà di architettura, completo la formazione attraverso lo studio della composizione in entrambe le discipline. In seguito a Venezia, lo studio della luce, in particolare nelle opere di Tintoretto, mi ha fornito le basi per una sintesi di luce/materia/colore.



Pittura, Design ed Urbanistica si fondono nelle sue opere. Qual è il messaggio implicito che vuole trasmettere rappresentando la città nelle sue diverse forme?

Sul piano formale, già i maestri del Novecento hanno permesso il superamento delle gerarchie tra le arti, avviando un processo di sintesi che non si è ancora esaurito. Il soggetto che elaboro è l’essenziale unità tra ambiente e oggetto come rapporto tra lo spazio interno della casa e lo spazio esterno della città. Per questo motivo ricorre nelle mie opere l’icona della caffettiera Alessi che Aldo Rossi aveva pensato come micro-architettura domestica.

QT8 e Monte Stella sono ancora oggi un esempio di architettura importante per le nuove generazioni di architetti. Cosa rappresentano e come hanno influenzato la sua visione artistica?

Il QT8 come progetto, e il Monte Stella come opera d’arte, sono un lascito della ricerca di Bottoni

importante per le generazioni successiva. Ancora oggi possiamo osservare come il QT8 sia modello urbano ancora attuale, di esempio per i nuovi interventi di rigenerazione delle periferie.



Ci racconti della sua città “ideale’’ e della sua concezione artistica e architettonica di essa.

Pensare oggi la città ideale anche come opera d’arte autonoma astratta, nel superamento però di una visione statica di tipo rinascimentale, implica una nuova relazione tra paesaggio naturale e ambiente urbano. In questo rapporto già Piero Bottoni era stato precorritore progettando andamenti e rilievi come simulacri dell’arco alpino e prealpino che circonda Milano. L’opera di Mario Bellini, la nuova Fiera, e tutto il complesso di Gino Valle nel loro mettere in rapporto architettura e astrazione, sono oggetto di interpretazione nelle mie composizioni recenti sul paesaggio urbano. Che, Franco Purini definisce come “come montagna lineare, un confine tra interno, un baluardo capace di interagire con i caratteri primari del sito”. I miei studi sono un continuo tentativo di sintesi, sul piano formale, di compenetrazione tra le forme dell’architettura e della natura.


Bottoni immaginava il QT8 come un luogo di incontro e dibattito delle arti. Lei, come architetto e artista, vede proiettata questa idea nel contesto odierno?

Credo che ancora oggi sia importante nel QT8, così come in tanti altri contesti, il concetto di crescita della comunità artistica che Bottoni aveva immaginato con case studio per gli artisti e percorsi d’arte. Il QT8 era stato progettato anche in quest’ottica, coinvolgendo architetti che potessero interpretare questa nuova “poetica della spazio”.



Photo credits : ritratto Dino De Simone; opera "Polifonia"; opera "Rovine"; opera "Tableaux de la nature"; di Dino De Simone.