• Andrea Termini

Cancellare le parole per riportarle alla luce: l’arte di Emilio Isgrò al centro di Alpha District

Omaggio alla periferia di Milano narrata da Giovanni Testori, in Piazza Gino Valle campeggia la “Grande cancellatura” di Emilio Isgrò, opera d’arte concettuale che fa della distruzione una forma di creazione e celebra l’identità e la memoria del quartiere Portello valorizzate dal progetto Alpha District.


Emilio Isgrò, maestro della sottrazione

Artista concettuale e pittore - ma anche poeta, scrittore, drammaturgo e regista - Emilio Isgrò nasce a Barcellona di Sicilia nel 1937 ed esordisce nel 1956 con la raccolta di poesie “Fiere del Sud”. È però con le prime cancellature su libri ed enciclopedie che acquisisce la vera notorietà, mettendo a punto il linguaggio inconfondibile che dal 1964 contraddistingue la sua arte visiva.


Uno stile che viene consacrato all’interno della “Teoria della cancellatura” (1990), testo teorico in cui essa viene descritta come una “forma di distruzione creativa”, e in seguito in “La cancellatura e altre soluzioni”, una raccolta di tutti gli scritti pubblicati precedentemente su quotidiani e riviste come corredo critico-teorico della sua attività creativa. Il linguaggio provocatorio di Isgrò vi viene definito non come una semplice negazione della parola, ma come “trasformazione di un segno negativo in un gesto positivo”.



La Grande cancellatura per Giovanni Testori

A partire dal 2010 l’artista traspone le sue cancellature, fino a quel momento realizzate soltanto su carta, in vere e proprie installazioni. Si pensi alla “Costituzione cancellata” (2010) - esposta per la prima volta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma - alla “Cancellazione del debito pubblico” (2011) - inaugurata presso l’Università Bocconi di Milano - ed infine alla “Grande cancellatura per Giovanni Testori” realizzata nel 2014 in Piazza Gino Valle, cuore pulsante di Alpha District.


La monumentale installazione riporta un passo della raccolta di racconti Il ponte della Ghisolfa, commosso affresco dedicato dal grande scrittore alla Milano proletaria di un tempo. Con l’espediente della cancellatura Isgrò isola ancora una volta la parola per caricarla di significato, permettendole di emergere e rivelarsi in tutta la sua potenza espressiva. In questo caso l’intento dell’artista è reso ancor più evidente ed esaltato dalla scelta dei materiali: le frasi sono scolpite nel marmo e ricoperte dal grigio scuro di apposite vernici resistenti agli agenti atmosferici.



Conversazione con Emilio Isgrò

Lei nasce nel 1937 a Barcellona di Sicilia, ma a 18 anni decide di lasciare la sua terra natale e di trasferirsi a Milano, dove inizia la sua fortuna artistica: cosa l’ha spinta a fare questa scelta? E come ha influito il panorama culturale milanese del tempo sulla sua arte?

Quando abitavo in Sicilia, pur avendo seguito degli studi rigidamente formativi (il liceo classico, ndr), ebbi l’opportunità di conoscere ciò che accadeva a Milano, che proprio in quegli anni si stava trasformando in un polo d’attrazione per tutti i giovani che aspiravano a innovare l’arte. Nella casa di un notabile che finanziava Balla e Depero ebbi modo di conoscere il futurismo e fu quello il mio primo approccio alle avanguardie. Milano mi fu maestra nell’abbandonare un certo tono meridionalista poco costruttivo, che si limitava alla riverenza nei confronti dei classici. Lì conobbi Fontana, Piero Manzoni, Vittorini e molti altri rappresentanti della cultura del tempo e incontrai anche Arturo Schwarz, che pubblicò il mio libro di poesie.


E per l’appunto a Milano muove i suoi primi passi da artista nel mondo della poesia, che si concretizzano con la pubblicazione di “Fiere del Sud” nel 1956: come è nata la sua passione per tutto ciò che è arte ed in particolar modo per la poesia? Quale rapporto lega tra loro le differenti forme di creatività da lei praticate?

Sono due facce della stessa medaglia. Le chiedo, quali possibilità di sopravvivenza può avere il linguaggio verbale in un’epoca dominata dall’immagine come la nostra? L’America fu la prima a rendersi conto che il linguaggio della modernità era basato sul mezzo visivo e lo fece con i fumetti, il cinema e la pubblicità. La mia arte fa regredire la parola allo stato di pittografia: è in questo modo che mi è stato possibile e agevole passare da una scrittura eminentemente letteraria ad una pittura di parola.


Il 1964 è l’anno di nascita della “cancellatura”, il linguaggio concettuale che l’ha resa celebre: quali sono i motivi di questa scelta artistica così insolita e provocatoria? E soprattutto, con quali criteri avviene la selezione dei testi da cancellare?

Il motivo fondamentale fu la voglia di intervenire nel mondo dell’arte per mettere in discussione ciò che c’era stato fino a quel momento. Noi tutti ammiravamo Lucio Fontana ma non c’era un ossequio servile nei suoi confronti. L’America aveva suonato la sveglia per l’arte europea che ancora rimaneva adagiata in ideologismi inutili e a Milano si avvertiva questo vento di novità. Così anch’io recepii le istanze delle Seconde avanguardie, pur mantenendo per indole caratteriale una posizione solitaria e guardinga. Per quanto riguarda la selezione del materiale, ogni testo è in primis un pretesto per indagare nuovi significati e a volte è il testo stesso dell’opera il suo risultato finale.




Parlando della cancellatura, lei la definisce una “forma di distruzione creativa” e un’operazione di “igiene mentale del linguaggio”, in grado di restituire agli uomini la possibilità di sottrarsi ai condizionamenti mediatici: può spiegarci meglio cosa intende dire con queste affermazioni?

Guardi, oggi si parla tanto di problemi ecologici ma a ben vedere si tratta di problematiche che non riguardano solo l’ambiente. La mia arte nasce in risposta al bisogno di un’ecologia delle immagini e dei messaggi mediatici cui siamo costantemente sottoposti. La cancellatura è un atto di ribellione nei confronti di tutte le immagini rutilanti che popolano le nostre vite. Dopo averla guardata con interesse giunse il momento in cui misi in discussione la stessa Pop Art e questo mi collocò in una posizione senz’altro vantaggiosa, ma anche di sospetto.


Tra le opere realizzate sotto forma di installazione spicca la “Grande Cancellatura per Giovanni Testori” (2014), intervento di public art situato in Piazza Gino Valle. In che modo la cancellatura di questo brano del “Ponte della Ghisolfa” si lega al progetto di riqualificazione del quartiere Portello?

Come tutte le opere commissionate ha giocato un ruolo primario il committente, che è stato Ennio Brion. Nel tentativo di connettere il lavoro allo spirito del luogo in cui sarebbe stato inserito ci è sembrato naturale scegliere un brano di Testori, di cui peraltro ero stato grande amico nonostante le differenze che ci separavano. Volevamo riuscire a sentire ancora una volta le voci che risuonavano un tempo in quegli spazi e “Il ponte della Ghisolfa” ci è parso perfetto per far riaffiorare questa memoria.



La “Grande cancellatura per Giovanni Testori” si inserisce alla perfezione all’interno dell’ambizioso progetto di riqualificazione del quartiere del Portello e sarà uno dei punti nevralgici di Alpha District in occasione del Fuorisalone 2020. Gli appassionati non vorranno mancare di ammirare questa e molte altre location dell’evento - come Deposito MEle - dedicate all’arte contemporanea.


Ph credits: ritratto 2020 di Lorenzo Palmieri; poesia Volkswagen 1964, tela emulsionata, collezione Csac Parma; Grande cancellatura per Giovanni Testori 2014, bassorilievo; libro cancellato 1964, Museo del '900; Vangelo delle farfalle grigie 2004, tecnica mista su tela; ritratto 2018 di Valentina Tamborra

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